TFR: Busta paga o Fondo Pensione? Quello che devi sapere

La Legge di Stabilità 2015 (legge 190/2014) sancisce la possibilità di ricevere la quota mensilizzata di TFR in busta paga, fino a giugno del 2018. Questa opzione permette di avere uno stipendio mensile leggermente più alto, ma prima di aderirvi è opportuno valutare i pro ed i contro della scelta. Chiariamoci le idee!

TFR: Busta paga o Fondo pensione?

Cos’è il TFR?

Il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) anche noto come Liquidazione o Buonuscita, è la parte di retribuzione a cui hanno diritto i lavoratori dipendenti alla cessazione del loro rapporto lavorativo.

Come si calcola il TFR?

Il TFR, per oggi anno di lavoro, è pari al 6,91% della retribuzione annua (considerando anche lo 0,5% come contributo all’INPS). Al 31 dicembre di ogni anno il TFR si rivaluta dell’ 1,5% come tasso fisso più il 75% dell’inflazione.

Il TFR  nel tempo

Fino al 31 dicembre 2006 il TFR poteva essere riscosso solamente come buonuscita (retribuzione differita): il lavoratore incassava l’intera somma precedentemente accantonata dal datore di lavoro al termine del rapporto lavorativo. Questa somma poteva poi essere versata in tutto o in parte, a discrezione, in un fondo pensione privato.
Dal 2 gennaio 2007 il TFR ha assunto come regola la finalità previdenziale: il lavoratore può scegliere se destinarlo al fondo aziendale/di categoria/fondinps, al proprio fondo pensione personale privato e andare ad arricchire la propria pensione di base oppure se lasciare il TFR in azienda e riceverlo come capitale al termine del rapporto di lavoro.
Dal 1 marzo 2015, per i dipendenti del settore privato, si aggiunge alle precedenti un’altra opzione, quella della monetizzazione, ovvero scegliere di ricevere il tfr mensilmente in busta paga.

Ma vediamo di riassumere facendo ordine e chiarezza.

Quali opzioni ha, ad oggi, un lavoratore dipendente in relazione al proprio TFR?

1) MODALITÀ IMPLICITA – Non far nulla

Nota anche come regola del silenzio assenso: se il lavoratore non esprime alcuna preferenza il TFR assolverà la funzione previdenziale e confluirà nel fondo pensione aziendale o nel fondo di categoria. Qualora questi fondi non esistessero il TFR sarà versato nel fondo Fondinps, appositamente istituito dall’INPS.

Questa modalità entrerà automaticamente in vigore sei mesi dopo l’assunzione e sarà irrevocabile. Vale a dire che non sarà più possibile scegliere il proprio fondo pensione personale valutandolo a seconda delle proprie esigenze e preferenze.

2) MODALITÀ ESPLICITA – La scelta

Attraverso il modulo TFR2 messo a disposizione dal Ministero del lavoro il lavoratore può scegliere di:

a) lasciare il TFR in azienda e riceverlo al termine del rapporto lavorativo come retribuzione differita

(la scelta è modificabile)

b) destinare il TFR ad un fondo pensione privato assicurativo

(la scelta non è modificabile ma si può sempre decidere, dopo un fissato periodo di tempo, di cambiare fondo pensione)

3) MONETIZZAZIONE – TFR in busta paga

L’ultima possibilità per il lavoratore dipendente è quella di scegliere di ricevere il TFR mese per mese in busta paga per un periodo di tempo, pagando le tasse su quelle somme in misura ordinaria.

La scelta, per ora, riguarda soltanto i dipendenti del settore privato e non è revocabile fino a giugno del 2018.

A breve entrerà in vigore un decreto legge che meglio fisserà i termini di anzianità per poter aderire all’opzione.

Il parere degli esperti

 Secondo gli esperti del Sole 24 Ore  scegliere di ricevere per questo periodo il TFR in busta paga potrebbe causare penalizzazioni che vanno dal 10% al 30% sulla propria pensione complementare

Citiamo l’articolo del Sole 24 Ore (i dati si riferiscono alla tabella presente nell’articolo):

“La riduzione percentuale più contenuta (pari a circa il 12%) si verifica qualora il dipendente sia iscritto al fondo pensione per 35 anni e il programma ottenga dall’investimento del patrimonio un tasso di rendimento del 2% annuo in termini reali (cioè al netto dell’inflazione). Viceversa al crescere del tasso annuo di rendimento e per periodi di iscrizione più contenuti la riduzione della prestazione può giungere a livelli ben più elevati (sino a quasi il 30 per cento).

Un impatto simile si verifica anche nel caso in cui il lavoratore decida di lasciare il Tfr in azienda. In una situazione del genere, però, la penalizzazione risulta più contenuta. Qualora gli accantonamenti di Tfr non siano destinati ai fondi pensione, infatti, la prestazione finale netta maturata dal lavoratore è inferiore.”

In conclusione, alla domanda “Ma è meglio scegliere l’opzione del TFR in busta paga o in un fondo pensione?” ci sentiamo di rispondere con un’altra domanda: “Per te è meglio avere uno stipendio mensile leggermente più alto per questi 3 anni o avere un assegno mensile pensionistico complementare decisamente più alto (dal 10% al 30%) quando sarai in pensione?”

Le casistiche sono molte, e non esiste una situazione personale e contributiva uguale ad un’altra: sarebbe sbagliato a priori dare un solo consiglio indifferenziato. Quello che ci sentiamo di dire, però, è di valutare molto bene la propria posizione. Le pensioni, soprattutto per i giovani ed i nuovi occupati, non saranno molto alte, come purtroppo ben sappiamo, e l’esigenza di affidarsi ad un fondo pensione assicurativo complementare si fa sentire sempre più forte.

Senza dubbio scegliere di affidare il proprio TFR ad un buon fondo assicurativo privato (PIP o FIP) significa avere rendimenti maggiori rispetto all’opzione di lasciarlo in azienda. Inoltre un PIP è facilmente gestibile e monitorabile e permette, a determinate condizioni, riscatti parziali prima dell’età pensionabile.

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Approfondimenti:

Il Sole 24 Ore 11 dicembre 2014 – Il Sole 24 Ore mette in guardia dalle conseguenze negative in cui si incorre riscuotendo il TFR mensilizzato in busta paga

Documento INPS scaricabile – Informazioni generali, domande e risposte su TFR e fondi pensione

Guida COVIP alla previdenza complementare – Commissione di Vigilanza sui Fondi pensione, guida alla previdenza complementare.

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